• Valentina

I Balcani: dal difficile passato alle sfide del futuro - intervista a Francesca Rolandi



Francesca Rolandi, classe 1981, è una ricercatrice che si occupa prettamente di storia dei Balcani.

Dopo la laurea in storia, ha conseguito un dottorato in Slavistica presso l'Università di Torino con una tesi insignita del premio Vinka Kitarovic, poi pubblicata con il titolo "Con ventiquattromila baci. L'influenza della cultura di massa italiana in Jugoslavia (1955 - 1965)" (Bononia University Press, 2015). Ha svolto attività di ricerca presso istituzioni in Croazia, Slovenia, Serbia, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. E' attualmente joint fellow presso il Center for Advanced Studies di Fiume e l'University of British Columbia Okanagan all'interno del progetto Rijeka in Flux. Si occupa inoltre di storia culturale, flussi migratori e border studies nell'area post-jugoslava e alto-adriatica.


Come nasce e si sviluppa un percorso professionale dedicato all'Europa dell'est?


Nel mio caso si è trattato di circostanze assolutamente casuali, tanto che preferisco dire che questi Paesi hanno scelto me piuttosto che essere stata io a scegliere loro. Nell’ormai lontano 2006, quando mi stavo per laureare, decisi di candidarmi per uno stage presso un istituto di cultura italiano all’estero. Si trattava di un programma, quello degli stage MAE/CRUI, allora molto diffuso, che ha permesso a molti giovani laureati di entrare in contatto con contesti esteri particolari, che non erano ancora mete di Erasmus. Io scelsi Belgrado e Vienna, senza un particolare motivo, ma piuttosto per curiosità. Fino ad allora avevo viaggiato in Francia e Spagna, avevo studiato quelle lingue ed ero alla ricerca di qualcosa di alternativo all’Europa mediterranea. Venni assegnata a Belgrado e quella circostanza ha avuto un impatto molto forte sulla mia vita futura. Ogni tanto mi chiedo se avrei costruito anche con Vienna e l’area germanofona un rapporto altrettanto intenso.Dal momento che stavo lavorando sulla mia tesi di laurea e avevo iniziato a lavorare in un istituto storico, i mesi precedenti il mio soggiorno a Belgrado furono molto intensi e non mi permisero di dedicarmi alle letture sul contesto nel quale mi sarei inserita. Arrivai come una tabula rasa, e a posteriori penso che ciò fu un bene. Con la città fu un colpo di fulmine, iniziai a studiare la lingua e a leggere convulsamente. La mia esperienza successiva fu un progetto di 9 mesi a Sarajevo, dove effettuai l’European Voluntary Service presso l’Associazione One World South East Europe e iniziai successivamente a lavorare al centro culturale francese André Malreaux, dove insegnavo italiano. Alla fine di questo periodo, quando avevo raggiunto un livello di conoscenza linguistica che mi permetteva di leggere e comunicare, feci il concorso per un dottorato di ricerca in Slavistica presso l’Università di Torino e trascorsi un paio d’anni sul campo, tra Belgrado e Zagabria. Fu un periodo prezioso per perfezionare la lingua, ma anche per conoscere a fondo le culture di quei paesi. Successivamente è iniziato un lungo periodo di precariato post-dottorale, che dura tutt’ora e che mi ha portata in contatto con diverse istituzioni all’estero. Ho trascorso dei lunghi periodi in particolare in Croazia, sia perché negli ultimi anni mi sono sempre più occupata dell’area altoadriatica, sia perché con l’ingresso del paese nell’Unione europea nel 2013 si sono aperte alcune opportunità per progetti accademici transnazionali. Il mio è stato un percorso forse non ortodosso, ma molto dettato dalle passioni e dalle opportunità che si aprivano. Nel frattempo, sia in Italia che all’estero sono stati lanciati sempre più percorsi di studio specifici sull’Europa orientale che hanno formato generazioni di nuovi ricercatori che si occupano dell’area.


Come sono cambiate la cultura e la storia culturale dai regimi crollati negli anni '90 fino ad oggi?


È difficile tracciare una linea di continuità che leghi i trent’anni che ci separano dalla dissoluzione della Jugoslavia. Forse è più facile ragionare per fasi. Gli anni ’90 sono stati un decennio drammatico che ha travolto tutti i Paesi dell’area, in particolare quelle generazioni che si affacciavano sulla soglia della maturità. Le scene culturali ne hanno inevitabilmente risentito, con pressioni molti forti verso gli intellettuali non conformi alle linee politiche al potere. Se si pensa in particolare ai due maggiori paesi dell’area, la Serbia e la Croazia, dove si trovavano al potere rispettivamente Miloševic e Tuđman, il mondo intellettuale era completamente diviso tra coloro che fornivano un sostegno ideologico all’apparato politico e coloro che vi si opponevano. Questi ultimi però non erano affatto marginali, ma in alcuni casi avevano un ampio sostegno popolare, come nei casi delle due emittenti Radio B92 e Radio 101, rispettivamente a Belgrado e Zagabria.

Gli anni 2000 sono stati un decennio di segnali contraddittori, ma che nel complesso hanno portato a dei passi avanti nei rapporti nella regione e ad una forte vivacità nelle scene culturali, in cui si sono rafforzati i legami tra quella che viene chiamata una jugosfera, secondo il fortunato neologismo di Tim Judah. Un po’ più negativo mi pare sia il bilancio del decennio successivo, che si è aperto con la crisi economica, con l’aumento dell’influenza di attori autoritari nella regione (dalla Russia alla Turchia) e l’ascesa di movimenti di estrema destra. La situazione varia da Paese a Paese, dal fragile stato della democrazia in Serbia e in Montenegro (definite nell’ultimo report di Freedom House regimi ibridi caratterizzati da spinte autoritarie), alla virata a destra della politica croata dal 2016, all’incancrenirsi della disfunzionalità in Bosnia Erzegovina. Inoltre, mentre l’aumento dei flussi sulla rotta balcanica dal 2015 aveva inizialmente portato ad una diffusa solidarietà nei confronti dei profughi in quasi tutta la regione, spesso con un’identificazione basata sul vissuto di molti che erano stati loro stessi profughi, negli ultimi anni hanno preso sempre più piede campagne xenofobe, che fanno leva su una frustrazione diffusa: che l’Unione Europea scarichi sulle spalle dei Paesi periferici i flussi migratori che non vuole gestire. Il discorso dell’odio e gli attacchi verso chi esprime opinioni contrarie alla narrazione mainstream, nazionalista, patriarcale e tendenzialmente etnocentrica sono sempre più frequenti. Molti analisti concordano sul fatto che la libertà di stampa sarebbe oggi in una situazione ben peggiore rispetto ai decenni precedenti. Tutto ciò si è riflesso sulla scena culturale, con una maggiore pressione sui settori indipendenti e antinazionalisti, oltre ad uno stato di crisi economica che ha soffocato molti media indipendenti e istituzioni accademiche. È recente il caso dell’Istituto di filosofia e teoria sociale di Belgrado, un bastione di pensiero critico che da mesi sta combattendo contro il nuovo direttore imposto dal partito di Aleksandar Vuial attualmente al potere, un personaggio controverso con un background ultranazionalista, avversato dall’intero istituto. Anche in un paese considerato come democraticamente più maturo il nuovo governo di centro-destra di Janez Janša sta conducendo una guerra contro i media. Mi azzarderei però a dire che questi problemi non sono caratteristici soltanto di quest’area, ma caratterizzano diversi Paesi europei. Questo è forse un ulteriore segnale, se ce ne fosse bisogno, del fatto che l’Europa sud orientale è pienamente e culturalmente parte del continente. Se guardo al contesto accademico in ambito storico, nel quale principalmente mi muovo, vedo una vivace scena post-jugoslava che ha ormai costruito rodati meccanismi di collaborazione, beneficiando della comunanza linguistica, ed è ben ancorata ai principali centri di ricerca internazionale. In ogni paese si deve però confrontare con una scena locale nazionalista, che vede gli storici nel ruolo di costruttori delle identità nazionali e spesso nazionaliste. È una tensione più o meno latente che però testimonia anche una situazione non statica.


Quali sono i temi caldi da tenere d'occhio per il prossimo futuro?


Credo che siano diverse le questioni da tenere d’occhio. Innanzitutto le conseguenze della crisi provocata dal Covid-19. Sebbene nella regione fortunatamente non si siano registrate molte vittime, l’impatto economico è amplificato dal fatto che in molti Paesi le strutture sono fragili, con evidenti squilibri e diseguaglianze. I temi migratori sono inoltre senz’altro di importanza primaria. In questi casi si tratta di temi europei, che ci mostrano ancora una volta come la regione sia intimamente legata all’Europa, anche nelle sue contraddizioni. Nel caso dei flussi in ingresso, ai paesi del Sud Est Europa è stato assegnato il ruolo di protettori dei confini esterni europei, una funzione che le élite della regione mettono in atto sulla pelle dei profughi che la attraversano. Il fatto che ormai da anni numerose realtà della società civile producano report dettagliati sulle violenze e le illegalità compiute ai danni dei profughi dalle polizie di diversi paesi e che non esistano praticamente pressioni perché su questi casi vengano condotte indagini è scoraggiante per tutti. Allo stesso tempo se l’integrazione politica dell’area è in una fase di stallo, le vite degli abitanti del Sud Est Europa si intrecciano con le società di altri paesi nei quali emigrano, contribuendo in questo modo a rafforzare le diseguaglianze. Si tratta di un problema comune a tutta l’Europa del sud, di cui anche l’Italia paga un caro prezzo, ma che per esempio in Serbia e in Bosnia Erzegovina ha assunto proporzioni ingenti. E, per concludere, sarà importante capire se esistano ancora prospettive per un ingresso dei Paesi del Sud Est Europa nell’Unione Europea e se l’Unione stessa riuscirà a rilanciare una nuova prospettiva culturale e valoriale.

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