• Valentina

La testimonianza da un viaggio ad Auschwitz-Birkenau: la discesa nell'inferno.







La dottoressa Francesca Bongiovanni, classe 1987, psicoterapeuta specializzata in schema therapy e mirror therapy, è stata due volte ad Auschwitz, e qui ci racconta la sua esperienza sia come turista sia come professionista.


Com'è affrontare Auschwitz da turisti?

Disarmante. Arrivi e c'è una location attrezzata per il turismo con bar, ristorante e parcheggio. Questo ha senso ma è disarmante perché lì le persone sono morte di fame e di freddo. Non sembra possibile che in quel luogo siano capitate tali atrocità. Nel tentativo di isolarmi dal resto della comitiva ho percepito un senso di pace, il che è ancora più dissonante, però può avere senso perché dopo tutto il dolore le persone che vi si recano si sentono in pace, così che le anime dei defunti possano riposare in pace. E' il tempo della memoria risolta. Davanti ai cumuli di scarpe e capelli ho capito il non-sense ma anche la risoluzione del trauma. Il fatto che nel museo tutti potessero essere partecipi di quel dolore non aumentava il dolore, bensì lo alleggeriva, in quanto ognuno si faceva carico del suo pezzo.

Birkenau invece è più disturbante, la pace è mista all'inquietudine. In Auschwitz c'è una caserma e percepisci qualcosa di sbagliato, ma innanzi a Birkenau senti che quel luogo non avrebbe mai dovuto esistere. Tra le baracche si percepisce la morte, quel posto è senza pace.

Birkenau non è morto, l'abbiamo fermato qua ma altrove c'è ancora, siamo davanti ad un male più grande, la metastasi morta di un cancro che non è stato sconfitto.


Cos'è assolutamente da vedere?


Il museo di Auschwitz, stare a contatto con i capelli, la scarpe, gli occhiali e ciò che rimane dei detenuti. Dedicare tempo alle fotografie delle persone che sono state lì, consiglio di scegliere una di queste persone e portarsela a casa per perpetuare la memoria.

Per Birkenau consiglio di recarsi là già la mattina presto così da poter passare tutto il giorno e interiorizzare il luogo. A Birkenau si perde il senso del tempo e delle ore perché se Auschwitz è stata trasformata in un museo, invece Birkenau è un luogo di perdizione. Quando entri in ciò che rimane delle baracche capisci che neanche un cane dormirebbe lì, bisogna trovare il tempo di metabolizzare il dolore. La poesia di Primo Levi "Se questo è un uomo" la comprendi solo quando sei lì perché lì non sei più un uomo, ma nemmeno un animale e nemmeno un essere senziente, c'è qualcosa che ti annichilisce, percepisci, anche 70 anni dopo, di essere solo un ammasso di carne pronto a marcire.


Cosa ne pensi di coloro che si fanno i selfie ad Auschwitz-Birkenau?


Sinceramente, quando vai lì la tua faccia puoi anche non metterla, puoi anche non sbandierare il tuo ego inutile, il fatto che tu sia stato lì non è utile per te ma per ricordare le persone che lì hanno perso la vita. Quando vai lì devi farti portatore, nella tua comunità, di un messaggio di rispetto e amore, ma non sono importanti il tuo nome e cognome, è importante che le persone si sensibilizzino su ciò che è stato. Tu sei il pezzo di un tessuto sociale in cui veicolare un messaggio, ti devi connettere con il dolore e farti portatore di questo. E' come quando ascolti una canzone, ascolti la musica, non ti chiedi da quale cassa di risonanza esca.


Qual è il tuo parere sulla detenzione nei campi di sterminio in quanto psicoterapeuta?


Le SS puntavano ad annullarti come essere umano e non farti più sentire in grado di cooperare, di fare gruppo, ma annullavano anche la capacità di pensare e sentire, pertanto c'è stato un adeguamento di fronte al potere, il prigioniero si sentiva una cosa, annullato completamente.

La violenza e il rapporto di potere tra abusante e abusato si manifestano oggigiorno nella violenza domestica, anche in questi casi l'abusato molto spesso non riesce a ribellarsi alla violenza, e si tratta di un sistema sociale semplice, basato sul nucleo base della famiglia, pensate quando questo si manifesta in un sistema complesso che si estrinseca in guerra, potere politico e genocidio. Il giogo del potere e della violenza fanno sentire la vittima impotente.

Le persone che sono state selezionate e deportate non per ragioni politiche ma per ragioni razziali hanno subìto un trauma in grado di minare il tronco encefalico e di minare e svalutare la loro sicurezza di base. Il potere di controllare la mia esistenza mi porta a dare un senso e ad una causalità conseguente a ciò che mi accade ed è stata questa la grande differenza tra deportati politici e deportati per ragioni etniche. Se la società decide che io devo morire perché appartengo ad un'etnia io perdo il controllo, non c'è scelta, e pertanto da un punto di vista biologico il mio corpo non reagisce più.

Prendiamo per esempio l'esperimento dell'impotenza appresa, svolto dagli scienziati Martin EP Seligman e Steven F. Maier nel 1967:

Il loro esperimento si è svolto in due fasi.

Nella prima, un gruppo di cani viene attaccato ad un'imbragatura che limita i loro movimenti e vengono sottoposti a delle scosse elettriche. Alcuni dei cani coinvolti hanno la possibilità di interrompere l’emissione delle scosse elettriche spingendo una leva con il naso. Altri cani invece hanno vicino a sé una leva fittizia, che non porta ad alcuna interruzione delle scosse. Quando i cani del primo gruppo interrompono le scosse attraverso la pressione della leva, le scosse terminano anche per i cani del secondo gruppo, per cui in totale tutti i cani ricevono lo stesso numero di scosse.

Pertanto i cani appartenenti al primo gruppo imparano facilmente che possono interrompere le scosse; i cani del secondo gruppo invece pur provando a premere la leva, imparano che non hanno alcun controllo sulle scosse, perché avvertono l’interruzione delle stesse come casuale, non dovuta alle loro azioni (ed infatti l’interruzione dipende dai cani dell’altro gruppo).

Nella seconda fase dell’esperimento, gli stessi cani sono stati posizionati in una gabbia, suddivisa in 2 parti. A seguito di un segnale sonoro, una sola parte della gabbia viene elettrificata. I cani che nella fase precedente appartenevano al primo gruppo, quelli che potevano interrompere le scosse, apprendono velocemente, al primo tentativo, che per non ricevere la scossa devono saltare dell’altra parte della gabbia, quella che non viene elettrificata. Tra i cani che nella fase precedente si trovavano in una situazione di impotenza rispetto alle scosse invece, alla prima prova non un singolo animale ha provato a sfuggire alla scossa, pur essendo tutti liberi di muoversi e scappare. Alla fine dell’esperimento, fatto di 10 tentativi, due terzi di questi cani si trovava ancora nella parte elettrificata della gabbia, e solo un terzo era scappato dall’altra parte, ma solo dopo 7 o più scosse.

Questo dimostra che un essere senziente, messo di fronte ad una situazione priva di logica causalità, semplicemente si arrende e non cerca la via di fuga o di sopravvivenza, e questo è uno dei motivi per cui in realtà il numero di morti è di molto maggiore tra i deportati per motivi razziali.


Qual è il messaggio che ci vuoi lasciare?


Oggi possiamo guardare da fuori il tedesco che accusava gli ebrei e considerarlo un pazzo, un nazista, una persona che disprezziamo e che è altro da noi. Noi siamo buoni, noi non siamo come lui. Quando si va ad Auschwitz ci si sente buoni, santi, perché noi non ammazziamo nessuno. Ma poi diciamo che un transgender ci fa schifo o che l'immigrato in bicicletta sotto cassa non lo vogliamo, accusiamo gli altri di rubarci il lavoro. Ogni volta che pensiamo che una persona ci fa schifo senza sapere la sua storia siamo il nazista 2.0.

Quando qualcuno su facebook insulta qualcun altro perché non la pensano allo stesso modo oppure perché è qualcuno di diverso, ecco che quel qualcuno ha posato un pezzo della rotaia per Birkenau.


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